Viaggio in Italia (2) There’s no place like home . Sì, ma What can I call my home? Who is my family? Where do I come from? What is my history? Insieme a Oz mi sono tornati in mente anche questi versi di una canzone che ho sentito così tante volte, fin da quando è uscita e io ero ancora al Liceo, A new creation della Bay Ridge Band. Sento mie queste domande, ora che sono di nuovo a casa – la casa delle mie origini. Siamo ospiti dai miei genitori, tutto è come lo avevo lasciato, a tratti come nella mia infanzia, e insieme nuovo e diverso. La cara cena tradizionale con i nostri vicini di casa e un’altra famiglia di amici, il 23 dicembre, poi la vigilia passiamo a prendere uno dei nipoti per fare insieme l’albero di Natale (il presepe, sempre lo stesso da quando ho memoria, lo ha già fatto mio papà, ma come facciamo a “mettere i regali sotto l’albero” se non c’è l’albero?), e accogliamo la famiglia di mia sorella e gli zii ancora da noi. È bello cantare insieme i canti di Natale, d...
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Viaggio in Italia (1) There’s no place like home . Non c’è nulla di più bello della propria casa. La celebre chiusa de Il Mago di Oz mi risuona nella testa, mentre con Robert cerchiamo di “guadagnare il porto” di rientro dal nostro viaggio in Italia: casa, o almeno il suolo americano e poi si vedrà… Ci sono volute 42 ore, tra uno sciopero a Milano, una tempesta di neve a Parigi, code infinite per avere un cambio di biglietto e poi un posto dove passare la notte e poi qualcosa da mangiare nell’unico McDonald’s a portata di mano, sovraffollato di viaggiatori in condizioni simili alle nostre. Tra loro Moritz, giovane tedesco, ed Eduardo, un signore italo-argentino, con i quali Robert comincia a chiacchierare durante la coda. Finiamo per cenare insieme, e scopriamo che siamo anche nello stesso hotel vicino all’aeroporto. “Come sono felice di essere con voi!” esclama a un certo punto Eduardo, con il suo accento spagnolo, mentre ci dirigiamo verso l’hotel. Stavo pensando la stessa...
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Sul ripiano della cucina, vicino al piccolo forno e al tagliere del pane, ci sono due calendari adesso. A ben vedere, uno segna il dicembre del 2026: sì, un anno in anticipo! Guardando ancora meglio, si vedono molte foto, alcune sui singoli giorni del mese. Sono promemoria per i compleanni degli amici della comunità di Boston e dintorni, che da ormai più di un anno ci ha accolto – e ora ci siamo anche noi, nel calendario! Di fianco, sulla bacheca, ho messo il manifesto di Natale di quest’anno, che dice “Questo luogo c’è” (qui la versione video, che mi ha molto colpito: https://youtu.be/aqxy-nzUT9w). In questo mondo così ferito, messo alla prova ogni giorno, nella fatica, nel dolore, nel la violenza senza senso, ferito come, poco o tanto, i nostri cuori, Dio viene oggi, dentro la vita di ogni giorno, per stare con noi e non lasciarci mai più. Questa frase mi è rimasta particolarmente impressa ancora nel libro Alla ricerca del volto umano, che per un po’ ha accompagnato la ca...
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Due settimane fa sono stata in trasferta a Boston. Una piccola avventura, per la prima volta senza Robert in treno in questa terra straniera, ma ora già un po’ più familiare. Al capolinea della linea arancione viene a prendermi il mio amico Michele (anche qui i nomi sono di fantasia): sulla sua auto familiare ci sono una sua figlia e un numero imprecisato di ragazzini. Stanno tornando dall’incontro dei Cavalieri, una compagnia di adulti e ragazzi delle medie che condividono l’esperienza della Chiesa nel movimento di Comunione e Liberazione. Uno dopo l’altro Michele li riaccompagna a casa: vivono tutti abbastanza vicino. “Che bel quartiere!”, penso, perché sembra tranquillo (siamo un po’ fuori dalla città, a nord), ma soprattutto per l’aria di famiglia che si respira. Arriviamo a casa di Michele: sua moglie Serena sta finendo di preparare la cena. Li conosco dai tempi dell’università, ma li avevo persi di vista e ora li ritrovo qui, con cinque figli. La tavola è apparecchiat...
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Lo scoiattolo bianco Non ero certa di scrivere il contributo di ottobre oggi, ma oggi è San Francesco, ed è un altro santo che mi è molto caro. Ripensavo, mentre lavavo le tazze della colazione, a molte mie paure: la paura di guidare veloce in autostrada, la paura delle malattie, o che qualcosa di brutto possa accadere a me o ai miei cari… E pensavo a San Francesco: come sarebbe bello vivere la vita come la viveva lui, guardarla come la guardava lui, per cui nessuna cosa è più nemica, tutto ciò che c’è, tutto ciò che accade ti è compagno, perché Chi ti dona ogni cosa ti è compagno. È così chiaro nel Cantico delle creature , e me lo ha mostrato con la sua vita anche la mia giovane amica venezuelana Ines (nome di fantasia; con lei e con altri amici del Venezuela ci colleghiamo ogni tot per studiare e parlare un po’ l’italiano): persino la tachicardia non ti spaventa più, e tutto, gioie e dolori, collabora al tuo bene. Ma lo spunto per questo nuovo post mi è arrivato da due ami...
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Si ricomincia! C’è quella solita malinconia perché l’estate è finita, ma insieme si capisce che è arrivato il momento, che bisogna salpare, prendere il largo, partire per una nuova avventura. C’è l’aspettativa, la curiosità per qualcosa che ancora non conosciamo, o magari pensiamo di conoscere, ma in fondo speriamo possa stupirci di nuovo. Per la verità io ho ricominciato già il 2 settembre, dopo questo mio anno non volutamente sabbatico, ma così gradito, perché mi ha fatto riscoprire tante passioni un po’ trascurate. Ho ripreso a insegnare, sì!, sempre italiano, ma questa volta a studenti stranieri, e universitari – anche se l’età non è poi così diversa da quella dei miei studenti delle superiori –. Sono in un College a Providence, gestito dai “Friars”, frati domenicani: li si vede dappertutto nell’ateneo-cittadella con le loro vesti bianchissime. È il posto che ho sempre sognato come sede scolastica per i miei alunni (mi ricorda il Gimnasio Volta di Bogotá, anch’esso così...
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Un giorno, qualche settimana fa, eravamo a casa dei genitori di Robert e c’erano anche le nostre nipotine Emily e Maddie [i nomi sono di fantasia]. Loro giocano sempre insieme, sono cugine ma è come se fossero sorelle. Giocano anche da sole, senza alcun problema. A un certo punto mi vengono a chiamare: “Zia, vieni a vedere il nostro spettacolo?”. La scena si ripete parecchie volte (nel frattempo ceniamo, poi più volte irrompe il fratellino di Emily, creando scompiglio - e bisogna ricominciare da capo…). Mentre le osservo ripetere per la quarta o quinta volta la frase di presentazione, ogni volta diversa, penso: “E se io non fossi qui davanti a loro? Per loro non sarebbe la stessa cosa. Vogliono che qualcuno le guardi”. E penso che anche per me è lo stesso: mentre faccio qualcosa, è così diverso per me sentirmi sotto lo sguardo di qualcuno. Non un qualcuno qualsiasi, in effetti, ma qualcuno che è interessato a me. Così è anche per l’ospitalità, credo. Ne ho fatto esperienza con la...