Viaggio in Italia (1) 

There’s no place like home. Non c’è nulla di più bello della propria casa. 
La celebre chiusa de Il Mago di Oz mi risuona nella testa, mentre con Robert cerchiamo di “guadagnare il porto” di rientro dal nostro viaggio in Italia: casa, o almeno il suolo americano e poi si vedrà… Ci sono volute 42 ore, tra uno sciopero a Milano, una tempesta di neve a Parigi, code infinite per avere un cambio di biglietto e poi un posto dove passare la notte e poi qualcosa da mangiare nell’unico McDonald’s a portata di mano, sovraffollato di viaggiatori in condizioni simili alle nostre. Tra loro Moritz, giovane tedesco, ed Eduardo, un signore italo-argentino, con i quali Robert comincia a chiacchierare durante la coda. Finiamo per cenare insieme, e scopriamo che siamo anche nello stesso hotel vicino all’aeroporto. “Come sono felice di essere con voi!” esclama a un certo punto Eduardo, con il suo accento spagnolo, mentre ci dirigiamo verso l’hotel. Stavo pensando la stessa cosa: essere insieme in questa compagnia improvvisata ci ha sollevato l’animo, in modo imprevedibile. Il nostro lo definirei un “viaggio della speranza” – ma come sto scoprendo grazie al corso avanzato di italiano che ho pensato di proporre per questo semestre sull’immigrazione degli italiani negli States, non è davvero nulla in confronto a quello che i nostri avi hanno affrontato per arrivare in America. Come tanti, nel mondo, ancora oggi. 

Riassumere in poche righe il nostro viaggio italiano è impresa che sento quasi impossibile – e senza fare nomi poi, per una regola di discrezione che mi sono imposta per questo blog. Ma ci proverò ugualmente. 
Arriviamo a Roma, con volo diretto da Boston, il 20 dicembre mattina: un taxi ci porta al nostro piccolo hotel vicino alla stazione Termini. Il tassista chiacchiera con accento romano, sfilando tra i pini marittimi, i grandi casolari e i primi monumenti davvero antichi, come non ne vedevo da un po’ di tempo a questa parte: aria di casa. La stanza sarà pronta solo alle 2: siamo stanchi, ma non abbastanza per aspettare su un divano con Roma fuori. La Chiesa di Santa Maria Maggiore è vicina: quanta gente già, i turisti attesi ma anche tanti, tanti inattesi pellegrini. In fondo anche noi abbiamo scelto di fare la nostra sosta a Roma innanzitutto per vivere un “Giubileo in corner”! Ed è un’emozione grande passare dalla Porta Santa, con tutto quello che questo passaggio implica. La tomba di Papa Francesco, semplice come era lui, i bellissimi mosaici. Mentre siamo con il naso per aria sentiamo la campanella che annuncia l’inizio della Messa: nella cappella di Maria “Salus Popoli Romani” i fedeli sono già in piedi, accalcati. Ci avviciniamo anche noi, e noto che sopra l’immagine della Madonna c’è una stella. Ripenso alla stella che avevo visto la notte prima, dall’aereo – durante una turbolenza che mi ha fatto spaventare non poco – e che mi aveva rimandato proprio a Lei. 

Il Colosseo, l’Arco di Costantino, sempre tra una fiumana di persone: abbiamo già camminato parecchio, si avvicinano le 2 e il jet lag si fa sentire, ci vuole una pausa. Riprendiamo il tour di sera, a piedi, passando per il centro (“Fontana di Trevi” è avvicinabile solo di lato), fino al Pantheon. Il ristorante consigliato dal nostro amico roman-americano è pieno, andiamo in un’osteria più alla mano – la Carbonara e l’Amatriciana, però, sono veraci. Torniamo per tempo: la mattina dopo ci aspetta un appuntamento importante. È domenica, alle 9 siamo già in Piazza San Pietro: i carabinieri ci assicurano che faremo in tempo a visitare la Basilica prima dell’Angelus. Ancora: quanti turisti e quanti, quanti pellegrini! Entriamo anche qui dalla Porta Santa, tra i segni di una storia di misericordia. Scopriamo che ci sarà la Messa, proprio nella navata centrale: davanti a noi gruppi di famiglie con tanti bambini piccoli, e intorno fedeli di tutte le età e nazionalità. Sul sagrato all’uscita incontriamo la figlia di una nostra amica carissima con il papà: non avremmo potuto programmarlo tra tutta quella marea di persone. Poi l’attesa del Papa: siamo lì per lui, e che gioia quando appare, ascoltare le sue parole, pregare con lui, ricevere la sua benedizione! Avremmo voluto incontrarlo di persona, come giovani sposi, ma questo è l’incontro che ci è dato e condividiamo la nostra contentezza con le tante persone che abbiamo intorno. Il pranzo è in Trastevere, “da Massi”, poi seguiamo le orme di Caravaggio: la luce che irrompe nella vita di Matteo, quel bambino così pesante che la Madonna sostiene con tanta nonchalance, di fronte a due pellegrini con le mani giunte e i piedi scalzi, e poi il dito di Tommaso nella piaga del costato – una sorpresa, questa altra versione dell’Incredulità di San Tommaso, dentro la chiesa borrominiana di Piazza Navona. A Santa Maria sopra Minerva siamo ancora in pellegrinaggio sulla tomba di Santa Caterina da Siena. L’elefante che sostiene l’obelisco nella adiacente piazza, e la “Barcaccia” di fronte a Trinità dei Monti, mi riportano al mio primo viaggio a Roma, con un’amica che è come una sorella, ai tempi dell’università. L’indomani cerchiamo ancora il Caravaggio di Pietro e Paolo, martirio e conversione, in Santa Maria del Popolo, e, risalendo la strada con gli alberi d’arancio verso Santa Maria Vittoria, ritroviamo la Santa Teresa trafitta di gioia e dolore. L’ultima pasta romana, e un caffè alla Tazza d’oro, prima di prendere il treno che ci porterà a Milano, verso casa! (fine prima parte)

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