Neve! 
Tanta neve così non la vedevo per lo meno dal 1985, l’anno della “super-nevicata”, uno dei primi ricordi che ho (avevo tre anni e mezzo!). Ricordo che eravamo andati dai nostri vicini di casa, bastava attraversare il giardino comune, e dalla cucina si vedeva questa specie di muraglia di neve. Credo qualcuno avesse costruito anche una specie di casetta. Ma non ricordo i dettagli: solo un’impressione di bianco, e, chissà perché, di luce non azzurra ma calda, forse per i riflessi della cucina. Con la neve si crea un paesaggio nuovo, diverso. Mi ha sempre colpito l’osservazione del pittore William, Bill, Congdon (che era originario di queste zone, di Providence per la precisione): quando nevica la luce del cielo si trasferisce sulla terra. L’aveva già osservato qui, forse, oppure negli inverni ancora innevati di qualche decina d’anni fa, dalla finestra del monastero della Cascinazza a sud di Milano. Non me ne ero mai accorta, ma da quando ho letto le sue parole ci faccio caso, ed è proprio così: soprattutto quando ha appena finito di nevicare, il cielo è ancora grigio, tutto riposa nel silenzio e la luce ha preso corpo, non più eterea ma consistente, e bianchissima. 

Quando Lucy, la più piccola dei quattro fratelli Pevensie, entra nell’armadio del vecchio professore per nascondersi e si ritrova a Narnia, il paesaggio che la circonda è un bosco invernale, ammantato di neve. E anche se ben presto si scoprirà che quel freddo perenne ha radici malvagie, la prima immagine del nuovo regno, quella che resta impressa nella memoria bambina, è proprio un mondo – alberi, case, colli… – ricoperto di neve. A questo mi ha fatto pensare anche la porta di casa nostra nella foto, aperta su un mondo nuovo, irriconoscibile, incantato. All’inizio c’è lo stupore: e si starebbe per ore a guardare i fiocchi cadere, a osservare come si incollano sulle finestre, sul pendaglio-spaventapasseri appeso alla lampada dell’ingresso, e si posano dappertutto – questa volta, mi ha spiegato Robert, la neve non è come nella scorsa nevicata, in cui era scesa come zucchero a velo, o farina: “in polvere” insomma, ma à “bagnata”, e perciò rimane sui rami ed è più adatta per costruire pupazzi o casette o qualsiasi cosa, e più pesante. 

Forse anche per questo tanti ci invidiano, e anche io mi invidierei (citazione di lessico familiare: “Mi invidio!” ha esclamato un giorno mia sorella, ancora ragazzina) se non ci fosse. Appena ha iniziato a sciogliersi la neve della nevicata precedente – “questo sì che è un vero inverno da New England!” – Robert mi diceva: “Mi manca già”. Manco a dirlo!, ci siamo trovati sommersi un’altra volta. E cominciano le preoccupazioni e le lamentele: chissà se perderemo la luce (è stato un problema reale per molti, in questi giorni), come faremo a muoverci, quanto ci vorrà a spalare tutta questa neve per liberare la macchina? È un po’ come nella vita: tra le ansie e i pensieri quotidiani si perde il gusto dell’avventura, la sorpresa di quello che accade. Ci vuole un cambiamento di prospettiva, come in certe tele di Congdon dell’ultimo periodo, in cui l’orizzonte è una linea verticale e il cielo e la terra si accompagnano uno a lato dell’altra (qui un esempio: www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/WG010-00328/), o nelle peripezie di Innocenzo Smith, che attraversa il mondo per riscoprire casa sua. O come quando qualcuno che ci è accanto ci dice “Guarda che meraviglia!”, “Mi manca già!”, “Sono stata in un posto straordinario: si chiama Narnia. Ti assicuro che esiste!”.

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