Qualche giorno fa, mentre tornavamo in macchina dalla Homecoming Cookout della Chesterton Academy – un bel ritrovo di studenti, ex studenti, professori e famiglie, con hamburger e hot dog e giochi e musica nel cortile della scuola –, Robert ha notato un pezzo di arcobaleno nel cielo, eccezionale per la vividezza dei colori. Come quel giorno in Colombia, quando stanca camminavo per strada con una collega e amica della Casa di allora, e improvvisamente girandomi ho visto un arcoíris, così lo chiamano loro, letteralmente caduto sul bosco fitto della parte di cordigliera su cui si affacciava la nostra scuola… Anche allora mi si è allargato il cuore per la bellezza di questo fenomeno che nemmeno so spiegare, ma che mi rimanda subito a un legame tra Cielo e terra. Il Cielo non è vuoto, qualcuno pensa a noi, costantemente, e ricordarselo fa così bene!
Così penso alle figure degli angeli custodi, la cui festa abbiamo celebrato all’inizio di ottobre. Quel giorno un mio amico, docente in pensione ma ancora molto attivo su tanti fronti, ha condiviso un brano di don Luigi Giussani che mi è piaciuto tanto, e lo condivido a mia volta: “Ma quando il Mistero avesse scosso il nostro cuore e interessata la nostra mente diventando uomo, sedendosi a mensa con noi… e mentre mangiava disse: «State attenti che i bambini bisogna trattarli bene, ché il loro angelo vede continuamente la faccia del Padre mio!». Ah, allora c’è un altro fattore, c’è un altro fattore che mi introduce a capire che c’è una realtà diversa che io non pensavo, non riuscivo a immaginare; e l’altro fattore è questo uomo che ha detto: «Io e il mistero del Padre siamo una cosa sola. Io sono Dio». Se Dio è venuto a dirmelo, dopo che me l’ha detto Lui, allora ho incominciato a capire che l’angelo custode è un’idea, è una realtà – e quindi anche un’idea – fantastica, nel senso di bellissima. Che l’uomo mai sia abbandonato nella sua strada, che mai sia solo, e che Dio, attraverso un amico senza possibilità di errore, lo accompagni: umanamente parlando è una ipotesi bellissima, almeno questo bisogna dirlo! E, infatti, è una delle cose più poetiche, ma anche più buone, che il pensiero possa pensare.”
E così penso anche ai santi, che mi sono tanto cari, e di cui non smetterei mai di parlare. È da un po’ che volevo scrivere questo post, e così me ne sono sfilati davanti molti: Santa Teresina il primo ottobre – ricordo ancora quando l’abbiamo scoperta grazie a una mostra al Meeting di Rimini, e da allora non ci ha più lasciato, accompagnando la nostra famiglia in tante grandi e anche piccole occasioni, come amava lei: e poi si sono aggiunti anche i suoi genitori, i coniugi Martin, da poco canonizzati –; San Francesco il 4 (come già sapete dal post dello scorso anno); il 5 Santa Faustina, alfiera della misericordia del cuore di Dio, e il beato Alberto Marvelli, conosciuto sempre tramite una mostra al Meeting che avevamo spiegato con un gruppo di amici dell’Università, e oggi… San Giovanni Leonardi! – ce lo ha comunicato stamattina Robert –, e San John Henry Newman, che dà nome al Centro Culturale per cui lavorano i miei e tanti amici di Cernusco, e di cui la nostra scuola qui a Warwick conserva, in modo incredibile, alcune lettere autografe. E poi la Serva di Dio Suor Clare Crockett: avevo appena iniziato a vedere un video sulla sua vita su YouTube, quando ho sognato una mia ex-alunna in difficoltà, e allora ho deciso di affidare lei e le sue compagne e amici a Clare, sentendone immediatamente la vicinanza come di un’amica.
Angeli e Santi si possono pregare e anche incontrare nel nostro cammino, in tanti segni di grazia. La presenza di amiche e amici così vicini pur nella distanza, qui a un’ora e mezza da noi o addirittura oltre l’oceano. Una coppia di nostri parenti che ogni anno celebra, insieme a tanti familiari e amici, le sette settimane di vita del loro figlio, volato in Cielo 5 anni fa. Un boss che armato di grembiule e cappello cucina hamburger e hot dog per i suoi dipendenti e le loro famiglie, e prende il treno di sabato per venire ad aiutarci a spostare i mobili nella nuova casa. Un vecchio amico che tra poco sarà ordinato prete e si ricorda anche di me per la sua festa. “Amare sottovoce” si può. Rubo l’espressione dall’amica che l’ha creata, ed è per me un altro segno luminoso di questo amore impossibile e reale.

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