Il 25 marzo è la festa dell’Annunciazione, per i milanesi la Festa del Perdono (da cui prende nome la via su cui si affaccia la Ca’ Granda, sede principale della mia alma mater), ma da qualche anno, per essere precisi dal 2020, è anche il Dantedì. Me lo aveva reso noto un’amica, allora collega di Sostegno, ma non avevo ben inquadrato la cosa fino a quest’anno – nonostante Dante, come tutti i miei alunni ed ex alunni sanno molto bene, sia forse il principale tra i miei “miti”.
“Il mio sogno è poter insegnare Dante al Providence College: in italiano!”. Lo stavo ripetendo da un po’ di tempo, ormai. E un giorno Robert mi ha detto: “Perché non iniziamo già adesso?”. Così l’iniziativa del “Caffè italiano!”, un’oretta nel primo pomeriggio in cui studenti, docenti e personale del College possono incontrarsi liberamente per parlare un po’ in italiano, davanti a un caffè (americano, per ora…) e a dei dolci (rigorosamente made in Italy, almeno quelli), si è allargato a comprendere un momento di lettura di passi della Divina Commedia. Poche terzine, tre o quattro per volta; fotocopie con il testo nella versione originale e in una integrata, per permettere agli alunni di riconoscere più facilmente parole che sono loro note, ed edizioni dell’Inferno col testo a fronte; qualcuno ha anche trovato una Commedia stampata negli anni Sessanta in una libreria, tra i testi usati. Mentre preparo la mail per avvisare studenti e colleghi, realizzo d’un tratto che mercoledì, giorno del nostro ritrovo, sarà proprio il 25 marzo, il Dantedì! A loro la scoperta del motivo, che riprendiamo poi insieme quando ci vediamo: secondo l’opinione, pur non unanime, di esperti in materia, il viaggio di Dante sarebbe cominciato proprio nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1300 – un’altra grande “Festa del Perdono”.
“Certo, il 25 marzo era il Capodanno a Firenze!” commenta un’illustre ospite del nostro “Caffè”, la preside di Facoltà, che ama l’Italia e che ha iniziato a partecipare a questo momento informale con il marito, docente di Filosofia. Sono appena stati a Firenze e avevano osservato che l’Annunciazione vi è rappresentata con particolare frequenza, scoprendone poi il legame inatteso con la storia della città. Ecco un’altra connessione che illumina la scelta del Dantedì e dà nuova profondità al presente del nostro mercoledì 25 marzo 2026. Leggiamo le terzine del giorno, dal verso 10 al verso 21 del primo canto dell’Inferno. “Il colle e il Sole”: che cosa rappresenta il colle, che cosa rappresenta il Sole? L’idea della felicità e della divinità si fanno strada; un’alunna osserva che la Trasfigurazione è avvenuta su un monte, un altro studente afferma che dall’alto si può vedere tutto il mondo circostante. Le parole si riempiono di nuovi nessi. Non siamo ancora in cima al colle, però!, è un cammino che Dante sta per riprendere, e scoprirà che non può, non da solo… La paura che alberga nel “lago del cuore” ci apre davanti un mondo nel quale corpo e anima sono una cosa sola, proprio come concezione. La parola finale è “pieta”, senza l’accento: può essere un richiamo a Virgilio, che tra poco si manifesterà di fronte a un Dante nuovamente smarrito? È la proposta del professore di Filosofia, e Robert e uno studente verificano su internet l’etimologia della parola nei suoi due sensi, scoprendo un collegamento legato all’idea della purificazione. Il riferimento non è, forse, esatto. Ma intanto sono spettatrice di una specie di miracolo, proprio quello che avevo sognato e anche di più: studenti e docenti che dialogano davanti a parole eterne, condividendo intuizioni e scoperte che illuminano possibilità di senso e fanno nascere nuove domande.
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