Un giorno, qualche settimana fa, eravamo a casa dei genitori di Robert e c’erano anche le nostre nipotine Emily e Maddie [i nomi sono di fantasia]. Loro giocano sempre insieme, sono cugine ma è come se fossero sorelle. Giocano anche da sole, senza alcun problema. A un certo punto mi vengono a chiamare: “Zia, vieni a vedere il nostro spettacolo?”. La scena si ripete parecchie volte (nel frattempo ceniamo, poi più volte irrompe il fratellino di Emily, creando scompiglio - e bisogna ricominciare da capo…). Mentre le osservo ripetere per la quarta o quinta volta la frase di presentazione, ogni volta diversa, penso: “E se io non fossi qui davanti a loro? Per loro non sarebbe la stessa cosa. Vogliono che qualcuno le guardi”. E penso che anche per me è lo stesso: mentre faccio qualcosa, è così diverso per me sentirmi sotto lo sguardo di qualcuno. Non un qualcuno qualsiasi, in effetti, ma qualcuno che è interessato a me.

Così è anche per l’ospitalità, credo. Ne ho fatto esperienza con la mia famiglia, osservando certi amici, nelle case in cui ho vissuto in comunità. Interessante che anche Robert sia rimasto colpito dal titolo di uno dei miei libri preferiti, “Il miracolo dell’ospitalità” (lo prenderemo su a Cernusco appena torniamo a dicembre!). E poi l’episodio appena risentito di Abramo che ospita i tre uomini, ed è Dio stesso che è andato a fargli visita!, e la canzone di Chieffo che mi è tornata in mente: “Quando verrai a casa mia aprirò il vino buono, quando verrai a casa mia stenderò la tovaglia più bella”. E ancora le parole del libretto verde che Robert sta leggendo (e a tratti anch’io): “Non mi compio da me stesso, non posso compiermi da me stesso. […] La verità di noi stessi, la verità con la V maiuscola, noi non la possediamo e non la raggiungiamo da soli. […] L’amore, la bellezza, la felicità, la verità si svelano nell’incontro con Lui che ci è venuto incontro: 'Abbiamo conosciuto l’amore'.”

In questo periodo siamo stati (e saremo) accolti da tanti amici, abbiamo accolto (e accoglieremo) tanti amici. Una serata a Worcester con una famiglia stupenda: un’ora e mezza per andare e un’ora e mezza per tornare, pieni di gioia. La preghiera cantata in armonia, che meraviglia!, l’unità tra loro e con noi (ancora quella familiarità strana: non è da molto che ci conosciamo), i consigli di lettura, il buon cibo, la speranza che ritorna. E poi due amici che vengono da Boston, un’ora e mezza anche loro, per stare con noi: lo ricordo con gratitudine mentre preparo il ragù e la torta per la cena insieme. Un giro di Westerly, una chiacchierata in spiaggia, loro si fermano apposta per prendere vino, lamponi e dei fiori, poi la cena e qualche canzone di Robert a cui aggiungo le seconde voci. “Sono qui per noi!”. Il cuore si riempie di gioia, ancora una volta. E ogni volta che mi metto ai fornelli o pulisco la casa, “per”, sono sotto quello sguardo che attendo ogni giorno.

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