Siamo arrivati alla 18th Street, nel cuore di New York. Non siamo sicuri di aver preso il lato giusto della strada, ma ben presto lo riconosciamo: ci sono varie persone che chiacchierano davanti all’ingresso, ed è facile captare anche parole italiane. È il Metropolitan Pavilion, un centro che ospita mostre e congressi, su più piani (“La City è una città verticale!”), e dal 2015 accoglie ogni anno un evento creato nel 2009 sull’esempio del Meeting di Rimini: il New York Encounter (www.newyorkencounter.org), quest’anno con il titolo dantesco “Here begins a new life”. 

Saliamo le scale all’entrata, e nell’atrio c’è già un viavai di persone: molti bambini, che corrono qua e là a gruppetti come se quella fosse casa loro. Prendiamo un programma al banchetto dell’accoglienza e cominciamo ad andare in giro, per appropriarci anche noi un po’ di più di quegli spazi. Mentre andiamo verso l’ascensore per salire al quinto piano – dove ci sono quasi tutte le mostre: vorremmo partire da quella su Hannah Arendt – incrocio lo sguardo di don Matteo: sono a casa! (lo sapevo già, ma avevo bisogno di un reminder). Ora sta a Denver, ma anche lui è di Cernusco sul Naviglio, è il figlioccio dei miei genitori, siamo amici e non ci vedevamo da un bel po’… 

Seguo la spiegazione della mostra sulla Arendt, Robert legge qualche pannello e gironzola, poi mi confessa “Sai, quando sono in posti come questo più che vedere mostre preferisco incontrare le persone…”. Sono d’accordo con lui. E di incontri ce ne saranno tanti, in soli due giorni (ho sempre pensato che Meeting-Encounter fosse soprattutto per questo, prima ancora che per le occasioni culturali). Due bambini ci fermano per chiedere un’offerta: metto un dollaro nella cassetta, sto per aggiungerne un altro, dicendo “Uno per ciascuno di voi”, e il bimbo che regge la cassetta scappa scandalizzato, gridando “Ma questi soldi non sono per noi, sono per l’Encounter!!”. Saliamo allo spazio ristorazione, e lì troviamo alcune delle famiglie che già avevamo incontrato a Boston. Miriam ci consiglia la mostra sul Vietnam: sono storie di persone fuggite durante la guerra, e che hanno ricominciato la loro vita negli Stati Uniti. Decidiamo di andare; leggiamo qualche pannello, e dopo breve scopriamo che l’uomo che ci ha dato informazioni all’ingresso è il curatore, uno dei protagonisti delle storie raccontate: ne nasce un bel dialogo, che rivela che l’encounter è possibile anche qui, anche attraverso una mostra. 

O un “incontro” tra i tanti organizzati su vari temi: come quello su Tolkien (tra i tre relatori c'è un mio amico; siamo impressionati dai contenuti, ma ancor più dal dialogo che si crea tra loro, finché uno parla apertamente del proprio dolore per la perdita recente di un figlio per overdose – e la Speranza che Tolkien ha saputo comunicare attraverso le forme di un mondo diverso diventa d’un tratto la sostanza che regge la vita). O quello sui cristiani in Terra Santa (ci commuove soprattutto la storia di Wafa Farid Musleh, che abbiamo poi l’occasione di conoscere al banchetto di libri e artigianato delle Terra Santa), o ancora l’incontro sui beati (tra non molto santi!) Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati (in collegamento c’è anche la madre di Carlo, forse la prima a stupirsi per la sua vita e per una fede che non aveva imparato da lei, ma che sarebbe diventata un dono anche per lei). Ma anche incontri apparentemente casuali, in giro per gli spazi del Metropolitan Pavilion – ora anche casa nostra, sì!: con molti amici di vecchia data, o più recenti, o nuovi. 
C’è una casa e anche l’immensa City sembra più familiare, ora.


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